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Tasselli #5

Tasselli #5
Laura Scuderi
  • Anais Nin, Il delta di Venere, Tascabili Bompiani 1969

Questa mattina, mentre stavo dipingendo, hanno bussato alla porta, molto lievemente. Sono andata ad aprire e mi sono trovata di fronte un giovanotto piuttosto bello, ma timido, che mi è paciuto immediatamente. E’ entrato silenziosamente nell’appartamento e non si è guardato intorno, ma senza togliermi gli occhi di dosso, quasi pregandomi, ha detto: “Mi ha mandato un amico. So che lei è pittrice e vorrei che mi facesse un lavoro. Mi chiedo se lei potrebbe…lo farà?” Era impacciato nel parlare ed era arrossito. È come una donna, ho pensato. Venga a sedersi, gli ho detto, pensando di metterlo a suo agio. Allora ha notato i miei disegni e, vedendo che erano astratti, mi ha detto: “Ma lei sa disegnare anche una figura dal vero, o no?”, ma certo. E gli ho mostrato i miei disegni. “Sono molto forti” mi ha detto, rimanendo estasiato di fronte a uno dei miei studi di un atleta muscoloso. Vuole un suo ritratto? “Si certo…si e no. Voglio un ritratto e però è un ritratto un po’ particolare quello che voglio. Non so se lei, be’…se acconsentirà”. Acconsentirò a cosa? gli ho chiesto. “Be” ha rivelato alla fine “mi farebbe questo tipo di ritratto?” e mi ha messo sotto il naso l’atleta nudo. Evidentemente si aspettava da me una qualche reazione. Ma io sono così abituata alla nudità maschile alla scuola d’arte, che ho sorriso alla sua timidezza. Pensavo che non ci fosse niente di strano nella sua richiesta, se non che per una volta era il modello a pagare il pittore. Era l’unica particolarità, e gliel’ho detto. Intanto, con il diritto di osservare che è concesso ai pittori, osservavo i suoi occhi violetti, la peluria dorata sulle mani, i capelli sottili sopra le orecchie. Aveva un’aria faunesca e un’evasività femminea che mi attiravano. A dispetto della sua timidezza, aveva un’aria sana e piuttosto aristocratica. Aveva mani morbide e agili e un bel portamento. Mostrai un certo entusiasmo professionale che parve deliziarlo e incoraggiarlo. “Vuole cominciare subito?” mi chiese “ho con me del denaro, e posso portare il resto domani”.

Gli indicai un angolo della stanza dove c’era un paravento che nascondeva i miei vestiti e un lavandino. Ma egli rivolse verso di me i suoi occhi violetti e mi chiese con innocenza: “Posso spogliarmi qui?” Mi sentii un po’ impacciata ma gli dissi di si. Mi diedi da fare cercando la carta da disegno e il carboncino, spostando una seggiola, facendo la punta alla matita. Mi parve che fosse di una lentezza anormale nello spogliarsi e che volesse la mia attenzione. Gli lanciai un’occhiata aperta, come se stessi incominciando a studiarlo, col carboncino in mano.

Si stava spogliando con una lentezza incredibile, come se fosse una splendida occupazione, un rituale. Una volta mi guardò dritto negli occhi e mi sorrise, mostrando i suoi bei denti regolari. La sua pelle era così delicata che si impregnava della luce che pioveva dalla grande finestra e la tratteneva come una stoffa di raso. A questo punto sentii il carboncino vivere tra le mie mani, e pensai a come sarebbe stato piacevole tracciare le linee di quel corpo giovane, quasi come accarezzarlo. Si era tolto la giacca, la camicia, le scarpe e le calze. Rimanevano solo i pantaloni e li reggeva come una spogliarellista trattiene le pieghe del vestito, sempre guardandomi fisso. Non riuscivo ancora a capire il lampo di piacere che gli animava il viso. Poi si piegò leggermente, slacciò la cintura e i pantaloni scivolarono a terra. Me lo trovai di fronte completamente nudo e in uno stato di ovvio eccitamento sessuale. Quando me ne accorsi ci fu un momento di suspense. Se protestavo, perdevo il mio onorario, del quale avevo assolutamente bisogno. Lo guardai negli occhi, che parvero dirmi, non arrabbiarti. Perdonami. Così provai a disegnare, e fu una strana esperienza. Finché mi limitavo a tracciare la testa, il collo e le braccia andava tutto bene, ma appena i miei occhi si posavano sul resto del suo corpo, potevo vederne l’effetto su di lui. Il suo sesso era percorso da un brivido quasi impercettibile. Ero quasi tentata di disegnare la sua protuberanza con la stessa impassibilità con cui gli modellavo un ginocchio. Ma la vergine diffidente in me era nei pasticci. Pensai che dovevo disegnare con lentezza e attenzione per vedere se la crisi passava, altrimenti avrebbe potuto sfogare la sua eccitazione su di me. Ma non c’era pericolo, il ragazzo non faceva una mossa. Era paralizzato e contento. Ero l’unica a esser turbata e non sapevo perché. Quando ebbi finito si rivestì con calma e riprese il pieno controllo di sé. Venne verso di me, mi strinse la mano educatamente e mi chiese: “Posso venire domani alla stessa ora?” (pag. 84-85)


  • Francis Hallé, Atlante di botanica poetica, L’Ippocampo 2018

Victoria Amazonica

Di questa splendida ninfea vediamo solo le foglie galleggiare sull’acqua. Circolari, gigantesche, possono avere anche due metri di diametro; piatte e dentellate sembrano stampi da torta fuori misura con due “troppo-pieni” per fare uscire l’acqua piovana. Fu Victoria a suggerire al britannico Joseph Paxton l’idea per il progetto del Crystal Palace; una storia curiosa che mi piace rievocare qui. Paxton era un giardiniere di eccezionale talento, tutta la sua vita è intimamente legata a questa pianta, scoperta in Bolivia nel 1801. Nel 1849 alcuni semi arrivarono in Inghilterra, e ai giardini botanici di Kew provarono a sperimentarne la coltivazione, ma invano. Fu chiamato allora in aiuto Paxton, che riuscì a far germogliare gli ultimi semi rimasti, ad acclimatare la pianta e a farla fiorire, impresa che Londra celebrò come un evento storico e che gli valse un titolo nobiliare, concesso dalla regina Vittoria. Paxton si era accorto che le foglie della Ninfea potevano reggere il peso di un bambino. L’Illustrated London News pubblicò una stampa in cui appariva sua figlia Annie, seduta in costume da fata su una foglia di Victoria. La forza della foglia è assicurata dalle costole della sua faccia inferiore, organizzate come un sistema di contrafforti. Le radiali, rigide e coperte da robuste spine, sono rinforzate da più nervature concentriche e flessibili, distribuite in direzioni opposte, l’intera faccia inferiore della foglia è di un vivace colore viola.


  • Raymond Carver, Racconti in forma di poesia, Minimum Fax 1984

Afghanistan

La musica mesta di strade fiancheggiate da larici.

In lontananza la foresta riposa sotto la neve.

Il passo del Khyber. Alessandro Magno.

Storia e lapislazzuli.

Quella pietra azzurra che porta sull’amato dito.

Quella sì che mi piace tantissimo.

Il secchio riecheggia giù dentro il pozzo.

E tira su acqua che ha un sapore dolce.

La strada che costeggia il fiume. Il sentiero

che attraversa il mandorleto. Il mio amore

va dappertutto calzando sandali.

E porta lapislazzuli al dito.