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TASSELLI #3

TASSELLI #3
Laura Scuderi
  • Hiromi Goto / Coro di funghi / Edizioni Socrates

Lunghe file una sopra l’altra, letti di torba zuppi fradici. E funghi. Scintillavano come bachi da seta appena nati, come meduse e ostriche. L’unico rumore era il gocciolio dell’umidità che si condensava sul soffitto, raccogliendosi in piccole pozze sul pavimento di cemento. Benvenuta, benvenuta in questo mondo di umidità. Camminò fra le lunghe file di letti di coltura, tra pozze tiepide come sangue e restò nuda al centro del locale. Il silenzio dei funghi denso quanto l’umidità che la circondava. Si sdraiò, le braccia spalancate, le gambe aperte, impregnandosi d’acqua di torba e giacendo nelle pozze calde e lucenti. Chiuse gli occhi, sentendo il liquido infiltrarsi, penetrare dentro di lei. Si fece scivolare sempre di più, sempre di più, gli occhi chiusi, le mani che galleggiavano sull’acqua. Che fluttuavano verso di lei. Se le passò sulle costole, quindi sulle forme arrotondate. Si accarezzò i seni, la pelle soffice dei capezzoli, pizzicandola delicatamente e sussultando all’improvviso per il dolore. Si toccava i seni come se fossero di qualcun altro. Li prese tra i palmi e li tenne come due cuori. Le gambe si muovevano nell’acqua melmosa, l’aroma corposo più inebriante di qualsiasi muschio o profumo. I baci delicati del fango bagnato sulla guancia, nell’interno degli avambracci, sotto le ginocchia. Lungo l’interno delle cosce. Lasciò l’impronta delle dita marroni di torba sui seni. Le mani scivolarono giù, giù, sul ventre tondo, che si incurvava per il piacere. Dolcemente, dolcemente, le sue mani, le dita, l’umidità, il dolore, la torba tiepida come sangue, l’umidità che impregnava capelli, pelle, una pergamena che si ammorbidiva, muscoli che si allungavano elastici risplendendo un filamento di luce. Mormorio mormorio nascente canto sommesso della terra sotto il corpo che si gonfia cresce riecheggia e lo SLAM del fiato dai polmoni, oltre la dolorosa e umana soglia di percezione del suono, il muto coro dei funghi.


  • Jonathan Franzen / Più lontano ancora / Einaudi Tascabili

È la prospettiva del dolore in generale – il dolore della perdita, della separazione, della morte – che ci spinge a evitare l’amore e rimanere al sicuro con le cose che ci piacciono. Io e mia moglie, dopo esserci sposati troppo giovani, finimmo per rinunciare a noi stessi, facendoci tanto male che ci pentimmo di aver compiuto quel passo.
Eppure non posso dirmi del tutto pentito. In primo luogo, lo sforzo di tener fede al reciproco impegno aveva plasmato a fondo la nostra identità; non eravamo molecole di elio che fluttuavano inerti attraverso l’esistenza: il nostro legame ci aveva cambiati. In secondo luogo – e questo è forse il messaggio principale che vorrei trasmettervi oggi – il dolore fa male, ma non uccide. Se pensate all’alternativa – un sogno anestetizzato di autosufficienza, favorito dalla tecnologia – il dolore vi apparirà come il naturale risultato e il naturale indicatore del fatto di essere vivi in un mondo che oppone resistenza. Trascorrere una vita intera senza dolore significa non aver mai realmente vissuto. Chi di voi dice a se stesso: “Oh, a quella fase di amore e di dolore ci arriverò più tardi, magari verso la trentina”, ha davanti a sé un decennio in cui si limiterà a occupare spazio sul pianeta e bruciarne le risorse. In cui non sarà altro che un consumatore.


  • Jonathan Drori, illustrazioni di Lucille Clerc / Il giro del mondo in 80 alberi / L’Ippocampo Editore

L’ontano cresce preferibilmente lungo le rive dei fiumi e in luoghi ricchi di umidità. Ha un rapporto simbiotico, raro negli alberi, con batteri che fissano l’azoto e vivono in noduli presenti nelle radici, a volte grossi come una mela. In cambio di zuccheri, i batteri creano fertilizzante per l’albero, permettendogli di prosperare in terreni poco fertili e zuppi d’acqua. Il legame che si ricava dall’ontano mantiene questa peculiarità. Nel XII secolo i veneziani, volendo stabilizzare ed espandere il loro territorio paludoso, rifletterono sull’uso già in atto dell’ontano nelle chiuse. Sapevano che, in presenza dell’aria, l’ontano bagnato marciva rapidamente, ma finché rimaneva sommerso il legno si manteneva intatto. Sott’acqua, il legno d’ontano mantiene la sua forza comprimente per secoli, perché la composizione chimica delle sue pareti cellulari impedisce la diffusione dei batteri che provocano la putrefazione. I veneziani capirono che fondamenta con pali in legno di ontano avrebbero potuto sostenere pesanti edifici, e furono tanto audaci da costruire una città da sogno al centro di una laguna!