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PARLIAMONE / Maurizio Bernabei

PARLIAMONE / Maurizio Bernabei
Rocco Rossitto

PARLIAMONE / MAURIZIO BERNABEI

Maurizio Bernabei

Maurizio Bernabei, 37 anni, architetto per vocazione, designer per passione. Attualmente vivo a Saragozza, in Spagna, mi occupo di progettazione di spazi pubblici e di oggetti. Al Fuorisalone di Milano di quest’anno ho presentato una collezione di lampade intrecciate in vimini che ho chiamato “Caratteri”. È un progetto è nato dalla necessità di dare vita a un distretto produttivo che era economicamente ed artisticamente un pò assopito, il distretto produttivo del vimini intrecciato di un paese della provincia di Macerata, Mogliano. Lì ho accolto con piacere questa sfida che era quella di dare vita a una scuola di alto artigianato per dare nuova ispirazione a questi artigiani. E ho voluto lanciare loro la sfida di proporre questo progetto, questa collezione di lampade, che sono un po’ un mix di funzione ed emozione.

 

 

Perché “Caratteri”?

Le ho chiamate “Caratteri” perché ciascuna è formata da moduli, in modo che, a seconda del carattere che vogliamo dare all’ambiente, possiamo sommare o sottrarre i moduli.

È una produzione di un alto artigianato italiano con un design minimale rappresentato da geometrie pure.

Che rapporto hai con la velocità?

Posso dirti che sto abbracciando ultimamente la filosofia dello slow-design, cioè un modo di pensare lento, perché ho imparato da tempo a discernere tra rapidità e fretta. La fretta credo che sia il frutto di una mente che ha idee poco chiare. La rapidità, invece, è prendere bene la mira e andare dritti all’obiettivo: è silenzio, metodo e precisione. Quindi, la rapidità è avere le idee chiare e attuarle con la velocità giusta.

Ho un rapporto rilassato con il tempo, nel senso che mi prendo i miei tempi. Per esempio per affrontare un progetto o per schiarirmi le idee io vado a correre o vado a passeggiare, devo mettermi su una panchina, e ancor prima di iniziare la prima linea del disegno, scrivo, racconto, raccolgo parole e sensazioni, poi faccio il primo schizzo a mano, non tocco il computer fino a che non ho precisamente tutto chiaro in testa e sul mio blocco note.

Quindi questo è il valore che do al tempo, il valore di prendersi il tempo per guadagnare tempo.

Qual è il tuo oggetto ideale.

Guarda, potrei risponderti con l’esempio che faccio molto spesso ai miei alunni della scuola di design di Saragozza, quando mostro lo spremi agrumi di Philippe Starck, di Alessi. Dico: ragazzi, questo è l’oggetto più geniale e più semplice del mondo. Però è fantastico perché riassume, nella sua forma quasi di un missile, la funzionalità perfetta, con tre piedi e la forma della testa affusolata che si schiaccia contro la mezza arancia. Quindi è fantastico, per me è geniale quell’oggetto.

 

Senti, invece mi dai una tua definizione di creatività?

Io un po’ mi innervosisco quando mi chiamano artista o creativo e pensano che l’ispirazione ti viene quando ti svegli la mattina e fai ‘il disegnino’ a mano e pensano “questa è un’idea geniale, adesso la  puoi vendere”. Io intendo fare della creatività un metodo: per me la creatività è osservare la gente, ispirarmi, al modo di agire delle persone, come interagiscono tra loro e con gli oggetti, come usano gli spazi che vivono, quali sono le loro necessità.

 


Creatività è osservare la gente, ispirarmi, al modo di agire delle persone, come interagiscono tra loro e con gli oggetti, come usano gli spazi che vivono, quali sono le loro necessità.

E questo mi fa capire in quale modo posso io sorpassare quello stato, lo stato dell’arte di quell’oggetto, di quello spazio, in quel momento, sino a superare la necessità, per creare il piacere dello stupore, nel vivere uno spazio o scegliere di utilizzare un oggetto.

 Che forma ha il contemporaneo?

Il contemporaneo ha una forma intrecciata. (Ride).
Ha una forma sostanzialmente intrecciata. Viviamo, per tornare al tema degli intrecci, in una situazione dove gli intrecci, le interconnessioni, sono fondamentali, però sono anche una rete dentro la quale cadiamo spesso. Quindi anche una trappola.

Come ti immagini tra dieci anni, anche in rapporto al tuo lavoro?

Fra dieci anni spero ancora di poter dire: “Io disegno, io creo, io penso”.