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PARLIAMONE / ANNA LAGORIO

PARLIAMONE / ANNA LAGORIO
Rocco Rossitto

PARLIAMONE / ANNA LAGORIO

ANNA LAGORIO

Mi chiamo Anna Lagorio, ho 41 anni e faccio la giornalista. Fattobene è il progetto che ho sviluppato insieme ad Alex Carnevali, fotografo, a partire dalla fine del 2015.

 

Raccontaci di che si tratta…

Fattobene è nato per raccogliere tutti quegli oggetti italiani tradizionali che secondo noi stavano scomparendo, ed è per prima cosa una mappatura da Nord a Sud del Paese sulla nostra cultura materiale. Dentro ci sono prodotti che ci colpiscono per vari motivi, in particolare perché hanno un packaging interessante, una storia curiosa e un design iconico.

Per quali tra questi prodotti avete notato un riscontro di interesse maggiore.

Fra gli oggetti che noi collezioniamo ci sono saponi, colle, dentifrici, ma anche caramelle, orologi eccetera. Tutti questi oggetti fanno parte della nostra memoria collettiva. Gli oggetti più evocativi sono quelli che le persone hanno usato durante la loro infanzia, per cui direi la colla Coccoina, che per tutti rappresenta un tuffo nel passato: quando la apriamo, il suo profumo di mandorla evoca immediatamente delle epifanie sugli anni scolastici… Oltre alla Coccoina, direi oggetti da ufficio, come la cucitrice Zenith, che tra l’altro oggi è considerata un “classico” e si trova nelle collezioni di design di molti musei internazionali. E poi ci sono tutti quegli oggetti che si vedono a casa dei genitori, dei nonni: per molti visitatori, la sorpresa è proprio quella di dire “Ah, non pensavo che esistesse ancora, che fosse ancora in produzione!”


Gli oggetti più evocativi sono quelli che le persone hanno usato durante la loro infanzia

I prodotti di FATTOBENE sono acquistabili online?

Sì, certo. All’inizio, il progetto è nato per raccontare le storie che si nascondono dietro a questi prodotti: la maggior parte di loro esiste dalla fine dell’800 ed è stata creata da menti brillanti. Per questo volevamo creare un luogo che potesse diventare un vero e proprio archivio di storie eccellenti. Poi, a poco a poco, le persone hanno cominciato a scriverci per chiederci dove poter acquistare gli oggetti di cui parlavamo e così abbiamo deciso di creare uno shop online.
Per farti un esempio dell’eccezionalità degli inventori che hanno progettato questi oggetti, voglio citarti Alessandro Quercetti, l’inventore dei “chiodini” che ho qui alle mie spalle. Pensa che lui era così appassionato di aria che è diventato pilota per poter fare esperienza e creare una linea di giochi aerei! Ancora oggi il Missile Tor è uno dei grandi successi dell’azienda.

Che cos’è per te la creatività?

La cosa che più mi ha insegnato Fattobene in questi due anni di ricerca è stata quella di affinare la capacità di sguardo, sviluppando una visione “creativa” su ciò che osserviamo tutti i giorni.


Saper guardare la quotidianità con uno sguardo che è capace di accendere delle piccole illuminazioni sulle cose

In quest’ottica, anche andare al supermercato può diventare una caccia al tesoro, perché possiamo scoprire degli oggetti che magari sono nascosti nell’ultimo scaffale, ma hanno un packaging bellissimo. Per me quella è la creatività: saper guardare la quotidianità con uno sguardo che è capace di accendere delle piccole illuminazioni sulle cose.

La velocità è un valore?

Una cosa che mi ha colpito molto in questa esperienza al Fuori Salone è che le persone che entrano nel nostro temporary store si fermano per molto tempo: in un momento come questo, in cui tutti corrono da un evento all’altro, assistere a un “rallentamento” mi ha incuriosito molto. Ho notato che le persone sono attratte da questi oggetti e si fermano il tempo necessario per osservare, toccare e farsi raccontare la storia.


In un momento come questo, in cui tutti corrono da un evento all’altro, assistere a un “rallentamento” mi ha incuriosito molto.

Da giornalista mi fa sicuramente piacere che le persone sentano ancora così forte il desiderio di leggere e scoprire. I momenti di approfondimento stanno diventando piuttosto rari e quindi credo sia importante offrire delle nuove chiavi di lettura. Così, ad esempio, a noi piace accompagnare i prodotti con la loro storia in pillole.
Quando le persone leggono questi aneddoti sono incuriosite e così proseguono verso altre storie.
Per cui, ecco, credo che tutti noi dobbiamo fare i conti con la velocità, tenendola in grande considerazione, ma senza sentirci sopraffatti.

Qual è l’oggetto il tuo oggetto ideale?

Beh, potrei risponderti in modo molto orientale, dicendoti che ciò che si avvicina maggiormente al mio ideale è il nulla.
Più cresco e più penso che siamo circondati da troppe cose e sempre più spesso mi sento in equilibrio con me stessa quando sono in armonia con quello che mi circonda. Persone, amici, relazioni.

Che forma ha la contemporaneità?

Dunque, la contemporaneità secondo me è trovare una chiave per trasformare i classici nella tua vita contemporanea. Farli entrare e ascoltare quello che possono insegnarti. L’anno scorso abbiamo lasciato Milano per la campagna. Lì in inverno usiamo sempre una stufa a legna, sia per preparare da mangiare che per scaldare la cucina. Ecco, in questo modo sento che la mia vita è veramente contemporanea, perché da una parte ho il mio computer e dall’altra la stufa che accendo per fare il fuoco. Trovare una mediazione fra questi due poli è veramente trovare un equilibrio.
E in un momento in cui la contemporaneità ti spinge sempre verso la velocità di cui parlavamo prima, trovare un baricentro diventa la mia personale ricerca verso una contemporaneità umana e piacevole.

Come immagini te e Fattobene tra dieci anni?

Quello che sogno per Fattobene è di diventare un luogo fisico, una casa della nostra cultura materiale. Mi piacerebbe moltissimo che potesse diventare un negozio a tutti gli effetti, una sorta di museo degli oggetti viventi dove le persone possono trascorrere molto tempo ad ascoltare le storie, leggere, acquistare… Questo è un desiderio non solo per me, ma anche per tutte le nostre aziende storiche perché penso davvero che meritino di essere riscoperte e valorizzate sia nel nostro Paese che all’estero.

Fra dieci anni ti vedi ancora a vivere in campagna?

Fra dieci anni non so dove mi vedo a vivere, ma comunque mi piace pensare di poter mantenere questa vita “campagna e città” intrecciata.